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Schizzi di Basilicata

Giovanni Pascoli, in una lettera del 1911, su Matera annotava: “Delle città in cui sono stato Matera è quella che mi sorride di più quella che vedo meglio ancora attraverso un velo di poesia”. Citazione riportata sui gradini di una scala che si affaccia sul Sasso Caveoso e che è diventata così un altro scorcio da fotografare, ma cui non tutti danno senso o attenzione. La Basilicata è come la Matera descritta da Pascoli: tutto sembra sorridere, anche se amaramente, attraverso un velo di poesia che rende tutto opalescente.

 

Carlo Levi nel suo bistrattato “Cristo si è fermato a Eboli”: “[…] quella che è la virtù prima e antichissima di queste terre: l’ospitalità; la virtù per cui i contadini aprono la porta all’ignoto forestiero, senza chiedergli il suo nome, e lo invitano a mangiare il loro scarso pane; di cui tutti i paesi si contendono la palma, fieri ognuno di essere il più amichevole e aperto al viandante straniero, che, forse, è un dio travestito”. L’ospitalità è un tratto saliente della lucanità. In passato si invitava a sedersi alla propria frugale tavola offrendo un tozzo di pane e formaggio, oggi si organizzano sagre in cui si offrono i prodotti locali, tra cui la sagra del pecorino, da decenni, a Filiano a settembre.

 

Ancora in “Cristo si è fermato a Eboli” si legge: “Quelle terre si sono andate progressivamente impoverendo; le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria. Tutto ciò è in buona parte il risultato delle buone intenzioni e degli sforzi dello Stato, di uno Stato che non sarà mai quello dei contadini, e che per essi ha creato soltanto miseria e deserto”. Situazione di impoverimento di popolazione e conseguentemente di vitalità che è peggiorata nel tempo e che è stata rappresentata a Salandra in occasione dell’evento culturale “Storie parallele”, a settembre 2023, con la collocazione di 131 letti di ospedale in piazza San Rocco, 131 come i comuni lucani.

 

Cesare Pavese, che può essere considerato l’antesignano della paesologia: “Queste dure colline che han fatto il mio corpo / e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio / di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla. / L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara / sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate. / Era intorno il sentore di queste colline / più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò / come uscisse da queste colline, una voce più netta / e aspra insieme, una voce di tempi perduti” (dalla prima raccolta di poesie “Lavorare stanca”). La Basilicata è terra di dure colline, quelle su cui hanno costruito ridenti paesi, santuari, casolari,iazzi…

 

Come il santuario della Madonna di Picciano e l’annesso monastero di monaci benedettini olivetani, su un colle nel territorio materano, a 440 metri sul livello del mare, circondato da un piccolo bosco: il silenzio, il leggero vento che sembra il soffio di Dio, i monaci con la tonaca bianca danno un’atmosfera di spiritualità che colpisce anche chi non è credente. Come il piccolo colle del Calvario all’ingresso di Salandra, dove in un passato ormai remoto si ammassavano frotte di bambini durante la predica del Sabato Santo, proclamata dal predicatore appositamente invitato dal parroco e tanto atteso dai fedeli.

 

La storia della Basilicata è scritta nelle zolle di terra. I lucani hanno avuto sempre un rapporto viscerale con la terra, dalla lavorazione della terracotta a Grottole alle cantine infossate e coperte di terra a Pietragalla, i palmenti, che sembrano casette di folletti o dei Puffi.

 

Basilicata, terra in cui il sole d’estate la rende ancora più suggestiva. Il sole che si riflette sulle tipiche casette bianche di Pisticci, sulle caratteristiche case a schiera del centro storico di Ferrandina, sui ciottoli levigati dei torrenti siccitosi, che filtra attraverso la fitta vegetazione del Bosco Magnano e fa rilucere l’acqua del torrente Peschiera che scende nella cascatella…

 

“Dolce cielo celeste / dipinto di azzurro tenero / e voi verdi monti e voi / valli e boschi, nuvole / che là, verso l’orizzonte /navigate lente, e tu sole vicino / al tramonto che spandi questa luce / d’oro nell’aria, e ogni cosa fai tiepida / del tuo calore, e tu aria che muovi / i miei capelli e spiri sulle mie / guance e le pagine volti dispettosa del quaderno ove scrivo” (dalla raccolta “Cieli celesti” del poeta Claudio Damiani). La Basilicata: cielo di colori intensi e di tutte le sfumature. Come il cielo che sembra lambire la statua del Cristo sul monte San Biagio a Maratea o il pino loricato sul Pollino.

 

Lo scrittore Francesco Serafino, nativo di Ferrandina, ci accompagna in un percorso lungo un qualsiasi paese lucano: “Le stradine anguste del centro storico e le case intonacate a calce sprigionavano tanto calore, che i panni stesi al sole, sui fili di acciaio inveicolati su carrucole di ferro fra muri di edifici opposti o fra pertiche di legno a forma di forcella sulle pareti degli edifici, si asciugavano rapidamente sprigionando nell’aria un fresco odore di sapone di Marsiglia”. In passato tutto era angusto: le stradine, le case, le finestre, il tavolo da cucina (la “buffetta”, fatta rudimentalmente di tavole di legno), le scarpe, … Non c’era, però, angustia di tempo che si aveva sempre per gli altri o per mettere su una festicciola al suono dell’organetto o di altro strumento popolare.

 

La scrittrice materana Mariolina Venezia nel romanzo “Maltempo”: “Oggi voglio raccontarvi una storia. La storia di una terra forte, energica, magnetica. E dei suoi figli. Che vivono nella precarietà senza lamentarsi. Studiando, conoscendo, amando. Di un treno che quando arriva da queste parti tira dritto. Di un amore sempre tradito. Perché voi, discendenti dei briganti, di emigranti, di contadini, siete le sue energie rinnovabili. Perché voi, oggi, avete capito che andarsene non è un privilegio, come vi hanno fatto credere. È una fregatura”. 

 

La Basilicata, “terra forte, energica, magnetica”, che ha generato tanti lucani forti, energici e magnetici, come il noto personaggio televisivo Imma Tataranni, nato dalla penna di Mariolina Venezia.

 

Ancora la Venezia: “Dopo aver maledetto le strade e le ferrovie, i paesaggi aspri e l’accento ancora più aspro dei suoi abitanti, era rimasto conquistato dalla sua lentezza inesorabile, dalla sua mancanza di fronzoli e dal suo cuore preistorico. […] i modi bruschi e le colline scabre, gli sbalzi di umore e di temperatura, quella sensazione di essere contemporaneamente ai confini e nella culla del mondo”. Basilicata: ai confini e nella culla del mondo meridionale e mediterraneo, in cui ci sente confinati ma anche cullati.

 

“Oh, erbose radure! Oh, primaverili in eterno, paesaggi sconfinati dell’anima! In voi, benché siate da tanto tempo disseccati dalla siccità mortale della vita terrestre, in voi gli uomini possono ancora voltolarsi, come giovani puledri nel trifoglio nuovo del mattino, e per qualche fuggevole istante sentire su di loro la fresca rugiada della vita immortale” (Herman Melville nel romanzo “Moby Dick”). Basilicata: regione di paesaggi sconfinati dell’anima. Come i laghi di Monticchio sovrastati dall’abbazia di San Michele Arcangelo e che sembrano incantati, ancor di più quando vi si specchiano candide nuvole ovattate.

 

“A fianco del campo di grano che dà nutrimento che gli uomini rispettosamente coltivano e lavorano cui il sudore del loro lavoro e, se bisogna, il sangue dei loro corpi sacrificano, a fianco del campo del pane quotidiano lasciano però gli uomini fiorire il bel fiordaliso. Nessuno lo ha piantato, nessuno lo ha innaffiato, indifeso cresce in libertà e con serena fiducia che la vita sotto il vasto cielo gli si lasci” (il tedesco Dietrich Bonhoeffer). Dai tempi degli antichi Romani la terra lucana (confinante con la terra pugliese) è stata sempre coltivata a campi di grano con sudore e anche sangue dei frequenti incidenti sul lavoro, prima i contadini cadevano dai muli o dai cavalli e avevano incidenti con gli attrezzi di lavoro, ora capita che siano travolti dai trattori.

 

“È una notte bellissima d’estate. / Nelle alte case stanno / spalancati i balconi / del vecchio borgo / sulla vasta piazza. / In quell’ampio rettangolo deserto, / panchine di pietra, evonimi [arbusti], acacie / disegnano in simmetria / le nere ombre sulla bianca arena. / Allo zenit, la luna, e sulla torre / col quadrante alla luce l’orologio. / In questo vecchio borgo vado a zonzo / solo, come un fantasma” (il poeta spagnolo Antonio Machado in “Notte d’estate”). Soli come fantasmi, paesi fantasmi, fra tutti Campomaggiore vecchio con la sua utopia irrealizzata come tanti sogni e progetti lucani.

 

Il regista potentino Antonello Faretta descrive così Craco vecchio, “[…] un luogo abbandonato. Un paese diventato fantasma in seguito ad una grande frana cinquant’anni fa. […] carcassa disgregata che un tempo era stata comunità”. La Basilicata rischia di essere abbandonata come Craco e diventare disgregata (anche per il progetto di macroregioni) e dimenticata come le sue pagine di storia.

 

“Luce a una finestra. Una donna è sveglia / in quest’ora immobile. / Noi che lavoriamo così abbiamo lavorato spesso / in solitudine. Ho dovuto immaginarla / intenta a ricucirsi la pelle come io ricucio la mia / anche se / con un punto / diverso. / Alba dopo alba, questa mia vicina / si consuma come una candela / trascina il copriletto per la casa buia / fino al suo letto buio” (la poetessa statunitense Adrienne Rich nella poesia “Notte bianca”). Luce a una finestra, una donna sveglia, ricucirsi la pelle: un’immagine che evoca tante mamme lucane che hanno visto figli partire per le due guerre mondiali, per lavoro o per altro e non tornare più. Come la mamma di Rocco Scotellaro, Francesca Armento, che andò a riprenderlo morto a soli 30 anni in quel di Portici. E proprio Scotellaro, sull’emigrazione, nella poesia “C’era l’America”, quasi gridava: “C’era l’America bella, lontana del padre mio che aveva vent’anni. Il padre mio poté spezzarsi il cuore. America qua, America là, dov’è più l’America del padre mio?”.

 

L’attore e scrittore Antonio Petrocelli, nativo di Montalbano Jonico: “Addio boschi, querceti silenti, margherite dal lungo stelo, colline fatali per chi non riesce a dimenticarle; addio cipressi [...]. Addio. Ho un appuntamento: non so dove e con chi, ma me ne vado lo stesso”. Alcuni lucani sono nati o nascono con il desiderio di andarsene non si sa dove o con chi, ma comunque andare via. Sì, perché il lucano è segnato sin dalla nascita da malinconia che diventa, poi, nostalgia, uno stato d’animo tutto meridionale che in dialetto è chiamato “a’pucundria”. Come quella che si prova alla vista dei tramonti quando sono ammantati da bruma, come alla Diga di San Giuliano o guardando dal Muraglione di Salandra verso il Monte Croccia.

 

Con la speranza che, dopo i bei tramonti, ci siano altre belle e nuove albe per la Basilicata e la sua gente!