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Dire e dare educazione oggi

 

 

Oggi non regna la maleducazione ma la diseducazione o ineducazione.

«Siamo precipitati in tempi orribili / Il mondo è diventato troppo decadente e malvagio. / La politica è sempre più corrotta / I giovani non rispettano più i loro genitori»: […] traduzione di un’iscrizione caldea del… 3800 a.C. Che fanno ben 5.819 anni fa! Insomma, lo «scontro generazionale» non è un’invenzione di questi nostri tempi depravati, ma fa propriamente parte, da sempre, delle relazioni tra persone di diversa età, e in particolare tra genitori e figli. Ridurre queste dinamiche nostalgicamente a «buoni» (gli adulti, i genitori) e «cattivi» (i giovani, i figli), da una parte coglie certamente un problema, o meglio una fatica che è soprattutto educativa; ma dall’altra ci priva di tutta la ricchezza e la dinamicità della vita. Che evolve più negli scarti anche improvvisi o dolorosi che nella ripetizione assuefatta e meccanica. Dove le radici sono fondamentali, ma l’albero deve crescere e portare nuovi frutti a ogni stagione” (fra Fabio Scarsato, esperto di problematiche giovanili). Attualmente lo scontro generazionale sembra abissale perché da una parte mancano gli adulti e/o dall’altra parte i ragazzi, i giovani tanto in senso fisico quanto in senso metaforico. L’educazione è sempre stata ed è un impegno finalizzato a “preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera” (art. 29 lettera d Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia), è un passaggio dal vecchio al nuovo, è una “traduzione della tradizione”, nel senso che bisogna trasmettere i valori conquistati e trasmessi da altri e i principi della vita alle nuove generazioni in base alle esigenze personali e alle circostanze attuali. Tutto ciò comporta fatica e tempo e, per questo, molti si arrendono.

«Maestro non è chi dice “fai così”, ma chi dice “fai con me così”»: a scriverlo non è solo don Bosco, ma un ateo, Gilles Deleuze, uno dei più famosi pensatori del XX secolo. Ancora una volta la luce è puntata sugli adulti: genitori ed educatori che, nel loro modo concreto di amare e di lavorare, testimoniano ai figli la verità della vita. Un compito tanto affascinante quanto arduo” (il teologo Angelo Scola). Nell’educazione si è sempre avuto e si ha sempre più bisogno di autenticità, esempio, intelligenza (“leggere dentro”), operosità, umiltà. Ogni educando ha bisogno di amore, emozioni, incontro, orizzonti, univocità.

L’educazione è come un viaggio in cui sono fondamentali conoscenza, comprensione, consapevolezza. È quanto si ricava anche dall’art. 29 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia in cui “si parte” dallo sviluppo del fanciullo e “si arriva” al rispetto per l’ambiente naturale.

Il filosofo Silvano Petrosino scrive: “L’essere del vivente è inseparabile dalla forza che, sollecitandolo a uscire da sé, lo apre all’altro: il singolo vivente non può continuare a vivere e persistere per sé se non si apre all’altro, se non si orienta all’altro, se non va verso l’altro. Ciò che si impone come vita e nella vita è dunque la sorprendente e inarrestabile forza della relazione; tutto ciò che vive, proprio per affermarsi e diffondersi come vivente, deve entrare in relazione con l’altro, deve muoversi all’interno di un’infinita trama di mutue relazioni: da questo punto di vista non è scorretto intendere i termini “vita” e “relazione” come veri e propri sinonimi”. Vita e relazione, il binomio che è scopo dell’educazione e che è responsabilità degli adulti e, di certo, col mondo digitale (e con quanto accaduto durante la pandemia da Covid-19) non si tiene conto della sinonimia tra vita e relazione. Sinonimia tra vita e relazione che si ricava altresì dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, sin dal Preambolo.

Secondo alcuni psicologi e altri esperti, alcune locuzioni coniate e usate durante l’emergenza sanitaria da coronavirus sono state inadeguate perché hanno aumentato la negatività nelle e tra le persone e soprattutto nei bambini e nei ragazzi. Per esempio non si sarebbe dovuto parlare di “distanziamento sociale” ma “distanziamento fisico”, non di “didattica a distanza” ma di “didattica della vicinanza” e così di seguito. L’educazione, la formazione, lo sviluppo della personalità, le relazioni, la preparazione al e del futuro passano anche attraverso il linguaggio e la cura delle parole, di ogni singola parola.

Le persone dimenticano ciò che hai detto, ciò che hai fatto ma non dimenticano come li hai fatti sentire” (la poetessa afroamericana Maya Angelou). Educazione (in particolare quella che si dice sentimentale o emotiva, in realtà l’educazione già in sé è tale) è co-involgimento, avvolgimento reciproco, attivare i sensi per suscitare sentimenti (intelligenza emotiva), esprimere e imprimere la vita, ricordando che “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si studia, si lavora, si gioca e si ama. La salute è creata prendendosi cura di se stessi e degli altri” (dalla Carta di Ottawa per la Promozione della Salute, 1986). Genitori e insegnanti, perciò, devono preoccuparsi di meno dei mezzi da fornire, del tempo che passa e fagocita ogni cosa, degli obiettivi a lungo termine, ma occuparsi del momento, del qui e ora.

L’educazione è come l’edificazione: bisogna scavare in profondità per dare fondamenta solide alla casa che si deve reggere da sola e accogliere ogni vita; poi si costruiscono i piani superiori, i muri esterni, i divisori e così di seguito. Ciò richiede gradualità, sollevamento di pesi (perché educare è allevare che ha lo stesso significato di sollevare), sofferenza, ovvero “pathos”, in altri termini “passione educativa” e anche compassione da ambo i soggetti, educatore e educando. Perché educazione è dialettica, relazione, emozione, azione e reazione, sorprendersi e comprendersi a vicenda. Indicazioni e indici normativi si possono leggere anche nella Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, tra cui l’art. 27 in cui la locuzione “sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale” del par. 1 dà un’idea delle dimensioni coinvolte nel processo educativo.

Il filosofo Martin Buber scriveva: “Ogni persona è in attesa di conferme, rinforzi e risposte che permettono all’uomo di esistere e che possono venirgli soltanto da un altro essere umano”. Educazione: conferme rinforzi e risposte che si scambiano due esseri umani lungo l’impervio cammino della stessa umanità.

Nell’educazione non si deve usare il dito indice per imporre o rimproverare o minacciare additando, ma per attirare a sé il figlio o l’educando. L’educazione deve essere una seduzione oltre che conduzione. In tal modo si esplica il vero e giusto senso dell’autorità genitoriale o adulta, dal latino “auctor”, “colui che accresce, che fa prosperare”.

Il pedagogista Daniele Novara precisa: “La vita infantile è diversa da quella adulta ed è popolata dal pensiero magico e da figure che progressivamente scompaiono. Occorre, quindi, accettare i passaggi con serenità e sicurezza, dando fiducia ai figli e mantenendo sempre un atteggiamento positivo verso di loro”. I bambini chiedono agli adulti poche ed essenziali cose: silenzio, sguardo, semplicità, sincerità, sensibilità. I bambini non hanno bisogno di educazione emozionale e affettiva ma, piuttosto, sono essi stessi gli educatori della necessaria rieducazione degli adulti distratti o inariditi.

Insegnare al figlio (o a un bambino in generale) ad andare in bicicletta è stimolargli l’autonomia, la coordinazione motoria, l’equilibrio, mettere le rotelle alla bicicletta e adeguare l’altezza del sellino nel momento opportuno, sostenerlo da dietro e assumere da lui una certa distanza, costruire un ricordo comune. È metafora dell’educazione.

L’educazione è utile e necessaria, è funzione umana: serve a edificare vite e a editare storie.