Centro di Matera, momento di strade quasi deserte. Su un marciapiede passa un padre anziano. Dietro cammina, per conto suo, il figlio (un giovanotto alto e robusto che, secondo il concetto di normalità degli altri, sarebbe “autistico”, “chiuso in un mondo tutto suo”), appassionato di musica e che è solito incantarsi davanti agli artisti di strada nella piazza centrale, che canticchia ed è preso dalle sue “stereotipie”. Anche quando siamo schiacciati e oppressi, non stanchiamoci di volgere lo sguardo ad altro e agli altri che pullulano nella vita e che ululano alla vita, come i lupi solitari alla luna nel profondo buio della notte.
In via Casalnuovo, sull’uscio di una casetta, una delle poche rimaste intatte in mezzo alle altre destinate a strutture ricettive, una signora ultraottantenne risponde cordialmente al tuo “buonasera” come se non aspettasse altro. Mentre fotografi una vecchia porta, lei comincia a dire che prima lì c’era un forno (uno dei simboli della città di una volta) e che lei abita in quella casa da oltre settant’anni e continuerebbe a parlare come si era soliti fare in quel circolo di sedie impagliate che si formava davanti all’ingresso delle vecchie case. Ascoltiamo gli anziani: si raccontano, ci raccontano. Perché la storia è il racconto dell’umanità tutta e di ogni umanità.
Sull’autobus discorsi tra anziani, in dialetto materano (che ormai è diventato insolito sentire): “Come si dice “Se ti devi far uccidere, fatti uccidere dal macellaio buono!” [vecchio modo di dire che significa, tra l’altro, che se hai bisogno di qualcuno rivolgiti a uno bravo, anche se costa di più] - E chi ti dice qual è quello buono? - Quello più sincero, più onesto!”. Onestà e sincerità, tanto ricercate quanto calpestate!
In periferia vedere una rara immagine del servizio “pedibus” nelle strade è commovente: bambini e ragazzini che vengono accompagnati a piedi a scuola da volontari e altre figure adulte procedendo lungo una corda e intonando canzoni come boy scout. Così la scuola e la vita, così la scuola della vita: accompagnare e accompagnarsi lungo le strade facendo cordata come gli alpinisti.
Sassi di Matera, “la mia Africa”: gatti solitari, come nella Città Eterna; “gattari” soli che portano da mangiare ai piccoli felini in cui, forse, s’identificano; conchiglie fossili in memoria di quel mare che copriva tutto e di cui è rimasto la risacca di emozioni; fauna e flora tutte da ri-scoprire, tra cui l’immancabile parietaria che tinteggia del suo forte verde il grigio di pietre e rocce e i resilienti capperi tra fessure e crepe della roccia anche più impervia che ti fanno alzare o abbassare lo sguardo fino all’inverosimile; artigiani del tufo, alcuni improvvisati per guadagnare qualche euro e altri veri cesellatori dell’ultramillenaria calcarenite per lasciare la loro impronta nella polvere del tempo, fra tutti quello che ti saluta puntualmente e aggiunge sempre qualcosa di saggio pur non essendoci mai stata alcuna presentazione ufficiale o stretta di mano perché quel che conta è il contatto umano seppure non fisico; i colori delle pareti tufacee che cambiano a seconda delle condizioni meteorologiche o della luce artificiale o naturale che le colpisce, dal color seppia a quello rosaceo, dal verde muschio al nero fumo, come i colori che si riverberano e rimestano nell’anima… E tanto altro di ineffabile e inafferrabile!
“Estate di San Martino”, giro nel primo pomeriggio nel Parco IV Novembre, atollo verde nel cuore della città, giro inconsueto rispetto a quello abituale nei frequentati Sassi: tutti i colori della lussureggiante natura; tepore che va a scardinare e smuovere ogni fibra del corpo e dell’anima; incontri con qualche persona conoscente o amica di un tempo con cui ci si scambia ricordi ormai passati e preoccupazioni presenti e crescenti; sparute gazze ladre, bisbetiche ed eleganti con la loro livrea vellutata che beccano e svolazzano di qua e di là; cani portati al guinzaglio, tra cui due piccolini che si azzuffano e chissà cosa si comunicano, trattenuti dai loro proprietari; foglie variegate e brillantate di sfumature color miele o color ambra dai raggi del sole, ancora attaccate ai rami e che sembrano farfalle pronte a prendere il volo e a volteggiare, come i pensieri che frullano nella mente; qualche nuvoletta ovattata nel cielo il cui celeste si va stemperando; cespugli di rosmarino e di alloro che sono senza tempo; fotografie di dettagli; varie forme di solitudine sulle panchine; preghiera per tutti i defunti sull’uscio del cimitero monumentale da cui si vede il cippo dedicato all’unico garibaldino materano Giambattista Pentasuglia, il cui valore è stato riconosciuto solo ultimamente; tramonto suggestivo al di là dei palazzi moderni e attraverso le chiome degli immancabili e svettanti cipressi (che sembrano fare il picchetto d’onore a chi intraprende l’ultimo viaggio verso l’eternità) nel viale del cimitero… La vita ha sempre qualcosa da dire e da dare se ci si mette lì ad aspettare e ascoltare, anche quando sembra sospesa.
La psicologa Lidia De Rita sui “vicinati” dei Sassi di Matera: “…il rapporto di vicinato non era un rapporto di amicizia… Resta deluso chiunque creda di trovarsi di fronte ad un’arcadica comunità che viva in ottimi rapporti di affetto e comprensione reciproca…”. Il tanto decantato vicinato non era poi così incantato, perché c’era e c’è una gran bella differenza tra vicinato, vicinanza e l’essere o sentirsi vicini. Matera con i suoi Sassi rappresenta gli alti e bassi di ogni uomo, dell’umanità: “fatica” è parola femminile, come “donna”, come “emozione”, come “maternità”, perché la vita è una continua maternità, come Matera, di secolo in secolo, nella cavità materna della terra, capolavoro uscito dal grembo materno della terra con l’aiuto delle cerusiche mani dei contadini di una volta.
Matera è sempre bella ma di notte diventa magnetica, magica, perché cattura lo sguardo, ammalia i sensi: Sassi di notte, stellati di piccole luci e suscitanti costellazioni di emozioni nell’universo in cui siamo vaganti come cosmonauti o temponauti.
Matera, nata dalla polvere di tufo, come polvere di stelle, e rinata dalla polvere della vergogna nazionale: luogo dell’anima, percorso della memoria, stazione del tempo, oasi del cuore, itinerario dell’umanità. Città che ispira e inspira amore come una Venezia sulla roccia emersa dal mare.
“Io non sono uno scrittore, ma faccio lo scrittore. Non sono un autore, ma un redattore della vita che è la vera autrice” (lo scrittore napoletano Erri De Luca a Matera l’8 aprile 2014). Facciamoci scrivere dalla vita ogni emozione sulla pelle e sotto pelle in modo tale da poter vivere tutte le emozioni e poterle descrivere nella nostra storia, come ha fatto e fa Matera, autrice di se stessa.