Nelle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione (emanate nel 2025 e in vigore dal 1° settembre 2026), nella parte riguardante la scuola dell’infanzia, è stato inserito un apposito paragrafo sul gioco, in cui si legge che la scuola “Riconosce fondamentale importanza al gioco, nella sua valenza euristica di strumento di apprendimento e di sviluppo personale, con l’adozione di metodologie educative e didattiche attente a incrementare le sue finalità educative, emotive, relazionali, espressive, estetiche, ecc.”. Anche se il gioco è stato nuovamente valorizzato a livello normativo, la definizione è opinabile, a cominciare dall’uso del termine “strumento”, perché è adultocentrica e troppo tecnica.
Il pedagogista Simone Migliorati evidenzia: “Il mondo che abbiamo costruito intorno ai bambini ed alle bambine del nostro tempo è sempre più legato alla performance e alla produttività, quasi come se oggi potessimo avere valore nella misura in cui produciamo qualcosa. Questa concezione del tempo ha reso il gioco un’attività marginale, relegandolo a un momento di stacco, di distrazione, come se l’attività del gioco non avesse alcun valore o alcuna importanza, anzi, sottraesse tempo alle “cose serie” da fare. Studi etologici hanno dimostrato come tutti i mammiferi a sangue caldo, di ogni specie animale, attribuiscano al gioco un valore importantissimo, anzi, fondamentale alla sopravvivenza. Attraverso il gioco, infatti, il cucciolo (anche quello umano!) fa esperienza corporea, emotiva, conoscenza dello spazio e apprende tutta una serie di abilità e competenze che sono fondamentali alla sopravvivenza del singolo e della specie. Ebbene sì, giocare salva la vita, senza troppi giri di parole”. Oggi il gioco è uno dei diritti più violati di quelli fondamentali dei bambini, perché in alcune zone della Terra i bambini non possono giocare a causa di guerre o della miseria o dello sfruttamento del lavoro minorile, nelle società iperconsumistiche, invece, i bambini non sanno più giocare, non sanno più muoversi liberamente, perché coperti di giochi tecnologici, al chiuso o per timore di sporcarsi, farsi male o perché soli.
Il pedagogista Migliorati aggiunge: “Siamo diventati la società in cui vivere con “leggerezza” sembra essere una condanna, qualcosa da allontanare, forse perché ci siamo abituati a confondere leggerezza con superficialità ma è attraverso il gioco che il bambino e la bambina possono fare realmente esperienze evolutive, di crescita, di conoscenza, di manifestazione di sé. Attraverso il gioco si esperisce anche il conflitto, “l’io contro te” e soprattutto si fa esperienza di superamento e risoluzione del conflitto. Abbiamo bisogno di ritornare ad una cultura profonda del gioco, ad una valorizzazione della dimensione ludica attraverso un cambiamento culturale che superi l’idea gioco= perdita di tempo”. Il gioco non è perdita di tempo né un passatempo; il gioco è tempo vissuto, sperimentato, condiviso, tempo di vita.
Secondo Migliorati: “È contraddittorio pensare di limitare in maniera così forte il gioco e poi proporre attività cognitive che portino il bambino e la bambina alla maturazione di competenze che potrebbero apprendere naturalmente e in maniera armonica con l’ambiente circostante, proprio attraverso la dimensione ludica. È interessante anche notare come l’Animale Umano sia l’unica specie animale (perché di fatto animali siamo) che con l’avanzare dell’età si allontana dalla dimensione del gioco. Questo non avviene nelle altre specie animali. Ovviamente un cane adulto o un cane anziano non giocheranno come un cucciolo, ma non perderanno mai il desiderio e la capacità di giocare per quanto il corpo glielo permetta lungo tutto il corso della vita. Per quanti adulti umani possiamo dire lo stesso? Quando abbiamo scelto di allontanarci dal gioco e viverlo come un diversivo o un momento da dover per forza dedicare ai propri figli o nipoti o bimbi che a vario titolo seguiamo professionalmente anziché sentirlo nel corpo e nel cuore come un momento privilegiato, unico e speciale, in cui fare realmente esperienza di crescita personale e di divertimento?”. Si nasce con una natura gioiosa e giocosa ma spesso la si perde e la si cerca, poi, in forme sbagliate, come la ludopatia o dipendenze varie. È fondamentale giocare, far giocare, saper giocare per lo sviluppo integrale della persona, per la salute del singolo e di tutti.
Il pedagogista Daniele Novara richiama: “I bambini e le bambine stanno facendo una vita adatta ai propri bisogni di crescita? Il gruppo spontaneo non esiste più, se non in qualche rara eccezione, e l’eccesso di virtualità sottrae ai piccoli spazi di gioco motorio, privandoli dello stare insieme con i coetanei. È questa una generazione di bambini e bambine che ha tanti nonni e tanti adulti a disposizione, ma pochi cuginetti e pochi compagni. La natura ci ricorda invece che loro hanno bisogno di costruire con gli amici quei momenti di confronto, e anche di scontro, e di gioco libero che permettono di scoprire le proprie risorse”. Prima ancora di avere dei diritti, i bambini hanno dei bisogni che, invece, sono sempre più adultizzati e adulterati. Si ricominci dalla “natura bambina” e non da “bambini e natura”, in particolare si ricominci dal gioco - spontaneo, libero, rumoroso, a terra, con la terra -, giacché molti bambini sembrano “incapaci” di gioire e hanno un’espressione spenta o smarrita.
Anche la pedagogista Graziella Favaro spiega: “I bambini imparano con gli occhi, con i gesti, con il corpo... E imparano a comunicare soprattutto dai pari, che rappresentano nella prima fase la loro “autorità linguistica” e fonte privilegiata di input. La lingua appresa facendo, provando, vincendo o perdendo è un codice vivo e vissuto che consente una memorizzazione più robusta del lessico e dei significati, rinforzata anche dalle routine e dalle formule che si ritrovano disponibili e ridondanti. Lingua che quindi da input diventa intake [interiorizzazione], acquisita e interiorizzata. La didattica linguistica che si avvale del gioco abbassa il filtro affettivo, che può fare da barriera all’apprendimento, poiché riduce l’ansia, alleggerisce la pressione, consente di stare in silenzio e intanto osservare, fare, provare”. Giocando, litigando, parlando tra loro (senza l’intervento o l’interferenza di adulti) i bambini esercitano i loro diritti, sono cittadini sin dalla tenera età, abbattono barriere di ogni sorta. I bambini sono bambini e non impediti o altro.
Il gioco non è semplicemente importante per il bambino ma è vitale, è la vita stessa e comincia già nel grembo della madre. Per questo ha anche un valore terapeutico e consente pure di conoscere il bambino e di stabilire una relazione con il bambino, come si fa nella ludoterapia. “La Play Therapy Cognitivo-Comportamentale è una forma di psicoterapia per l’età evolutiva che coinvolge bambini, anche in età prescolare, e i loro genitori. Attraverso il gioco, il bambino impara a relazionarsi con gli altri, affrontare le difficoltà e trovare soluzioni ai problemi” (cit.).
“La Giornata mondiale del gioco [28 maggio] è un’occasione per evidenziare i benefici dell’attività ricreativa: giocando i bambini sviluppano competenze cognitive, emotive e sociali. Ma anche gli adulti, divertendosi imparano a risolvere problemi, a collaborare e ad esprimere la propria creatività. Occorre sensibilizzare anche gli adulti – genitori, educatori e le istituzioni – sull’importanza di creare spazi e momenti dedicati al gioco. In un’epoca in cui la tecnologia e gli impegni quotidiani possono ridurre il tempo dedicato a queste attività, è cruciale promuovere un equilibrio che favorisca il gioco all’aperto e le interazioni dal vivo” (cit.). Il gioco è più di un diritto per i bambini, è la vita stessa, ma molti bambini non sanno o non possono o non vogliono giocare. E questa è un’altra pesante responsabilità degli adulti.
Ci sono - come ci sono sempre stati - bambini che si possono permettere di giocare alla guerra per il solo piacere di farlo. Altrove ci sono bambini che soffrono, combattono o muoiono per il cruento gioco della guerra voluto solo da pochi adulti e non possono permettersi altro. L’“I care” di don Lorenzo Milani è ancora inascoltato!
Per i bambini il gioco non è un semplice “strumento” (che è un mero oggetto) ma è il mondo (etimologicamente “pulito, ornato, ordinato”), è armonia (che ha la stessa radice etimologica di “arte” e “aritmetica”).