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La forza innovativa della scuola

Il prof. Marco Pappalardo afferma: “Non si tratta di fare scuola, ma di essere scuola”. La scuola deve riappropriarsi della sua soggettività, della sua identità, quella che è stata delineata nella Costituzione: “La scuola è aperta a tutti” (art. 34 comma 1).

“Una scuola «con le porte aperte» è ovviamente un contesto inclusivo dove ciascuno/a viene accompagnato/a con le proprie peculiarità e predisposizioni, uno spazio dove è possibile esprimere i propri talenti, un luogo in cui progettare il futuro... Che poi è il futuro di tutti e tutte. Se ci impegnassimo a rendere concreto l’operato di don Milani e di Andrea Canevaro [pedagogista]» (il giornalista Claudio Imprudente). Non dovrebbe essere necessario parlare o promuovere la cosiddetta didattica inclusiva perché, già di per sé, “la scuola è aperta a tutti”. La scuola deve avere una propria identità, deve essere (o tornare a essere) con-testo (che è diverso da “ambiente”), spazio, luogo di vita e di vite.

Anche il giornalista Antonio Giuseppe Malafarina scriveva: “L’inclusione è una parola magica, quando esiste svanisce”. A scuola non si programma la didattica inclusiva né ci si forma per la didattica inclusiva perché la scuola è già di per sé inclusione.

Il pedagogista Lucio Cottini, esperto di didattica speciale e inclusione scolastica, sottolinea: “Inclusione: non è solo che il ragazzo deve studiare, ma vivere l’ambiente di studio”. L’inclusione non è un’innovazione didattica né riguarda solo gli alunni con disabilità ma è (o dovrebbe essere) una peculiarità identitaria della scuola.

Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini evidenzia: “La scuola non è inclusiva ma competitiva, basata su prestazioni e risultati” (in un webinar del 5 febbraio 2021). A scuola si dovrebbe parlare di meno di didattica inclusiva e praticarla di più.

Il pedagogista Daniele Novara rammenta: “La legge 517 del 1977 ha portato l’Italia, primo Paese al mondo, ad abolire le classi differenziali e a sancire il valore di una scuola che lavora per l’integrazione delle differenze, piuttosto che sulla loro negazione”. La scuola deve amalgamare le differenze e non omologarle sino ad appiattire le identità e le individualità come si fa negli altri contesti.

A scuola (e in altri contesti) non si deve parlare di bambini problematici (o caratteriali o disagiati o altro) ma considerarli bambini con problemi o altro di peculiare o, ancora meglio, il problema di quel bambino. Non è la solita questione di ipocrisia terminologica ma è questione di sguardo, di rispetto, di quello che si deve a ciascuno, anziché categorizzare.

Inoltre, a scuola si parla sempre più di “bambini gifted”, cioè “bambini plusdotati” e di come riconoscerli, accompagnarli nel loro percorso, non farli annoiare e aiutarli a crescere. In realtà tutti i bambini possono essere considerati plusdotati, perché nuove vite e con risorse tutte personali da scoprire e sviluppare, fosse anche la noia o la voglia di giocare che sono essenziali nella vita.

Fra le sigle o acronimi usati nella scuola c’è anche alunni NAI, neoarrivati in Italia. Ma perché non si può parlare semplicemente di bambini anziché incasellarli in categorie varie?

Il pedagogista Daniele Novara ribadisce: “Ai genitori spetta creare le condizioni affinché gli alunni possano vivere adeguatamente l’esperienza scolastica, senza sostituirsi alla scuola”. I genitori devono tornare a fare e conseguentemente essere genitori e non sostituirsi ai figli stessi, alla scuola o ad altre figure.

In passato i bambini usavano ogni mezzo per andare a scuola (per esempio sull’Appennino modenese i bambini di un borgo usavano la carrucola per superare un torrente). Oggi in Africa o in altri punti del mondo i bambini percorrono chilometri a piedi per raggiungere la scuola più vicina. Anziché far vedere cartoni animati violenti o video sciocchi, ai bambini in situazioni “normali” si potrebbero far vedere e spiegare queste fonti storiche per far conoscere la storia e le altrui storie e trasmettere quel che davvero vale nella vita.

“Valorizzare le differenze in classe non è semplice come si può immaginare, per questo motivo la più grande sfida della scuola oggi è saper coniugare un approccio sensibile alle differenze e al contempo scegliere le strategie più efficaci per migliorare apprendimento e partecipazione di alunni e alunne con Bisogni Educativi Speciali” (cit.). Ogni alunno, in quanto persona, è portatore di qualche bisogno educativo speciale, per cui la scuola si deve fare luogo in cui esperire differenze tra gli individui e l’uguaglianza tra persone.

Approdi cui era già giunto don Lorenzo Milani, il quale “[...] nella scuola realizza, lui che si rifiutava di diventare artista, una bottega dell’arte” (riferisce lo storico gesuita Giancarlo Pani). Bottega dell’arte, quello che bisogna fare a scuola e della scuola, senza progetti scritti o artifici.

Dopo don Milani ha operato in modo anticonvenzionale Danilo Dolci, su cui Daniele Novara ha scritto: “Lui usava due strumenti tipicamente maieutici: la domanda e il cerchio. La domanda di un bambino di 3 anni, «Perché c’è un verme nella mela?», può suscitare nell’adulto una spiegazione scientifica incomprensibile. Danilo Dolci restituiva ai piccoli la domanda e cercavano assieme delle ipotesi di risposta. In questo modo, partendo dall'attitudine alla scoperta e al cercare di capire, una volta riappropriatosi della domanda, il bambino la usa come strumento di lavoro e si rafforza. Il cerchio serve a confrontarsi e a decidere insieme, è la base stessa della creatività, è un dispositivo che il gruppo adotta per liberare le risorse di ogni persona e sviluppare nuovi punti di vista. Esso costituisce un dispositivo di appartenenza per costruire un ambiente socio-affettivo di accoglienza e di ascolto reciproco”. A scuola bisognerebbe parlare di meno della metodologia del circle-time e altre metodologie pseudo-innovative e riappropriarsi del significato esistenziale del cerchio e della domanda “alla Danilo Dolci”, ovvero dal punto di vista del bambino e non da quello di un adulto egocentrato.

La formatrice Monia Monti spiega: “Bambini e ragazzi mostrano una crescente difficoltà a mantenere la concentrazione, a esprimere e gestire in modo efficace le proprie emozioni e a relazionarsi senza entrare facilmente in conflitto. La mindfulness può rappresentare una risorsa preziosa per sostenere gli studenti e ristabilire un clima di calma e benessere in classe”. Data la crescente demotivazione per la scuola e per lo studio, oggi più che in passato l’apprendimento scolastico deve essere volto alla conoscenza di se stessi, delle proprie risorse, entrare in contatto con se stessi, con le proprie sensazioni ed emozioni, immergersi nella propria mente e interiorità (il più ignoto ed emozionante degli ambienti immersivi). Si tratta di far fronte all’analfabetismo critico, ancor prima che a quello funzionale, bisogna cioè accompagnare gli alunni a saper ragionare, riflettere, discernere, fare le proprie scelte in maniera consapevole.

Lo psicologo Fabio Celi precisa: “Guidare i bambini e le bambine a riconoscere e prendere contatto con le proprie emozioni può aiutarli a essere più sereni, collaborativi, meglio disposti all’apprendimento”. La gioia stimola la produzione delle endorfine, quindi il benessere psicofisico, e rinforza la memoria, quindi si può pensare la scuola in binomio: scuola emotiva e che motiva.

Oltre alla didattica delle emozioni, efficace e più vicina alle esigenze e ai bisogni dei bambini è la didattica in natura o all’aperto (cosiddetta “outdoor education”). Così il pedagogista Alessandro Bortolotti: “Con il termine educazione in natura si intendono una grande varietà di esperienze pedagogiche caratterizzate da didattica attiva che si svolge in ambienti esterni alla scuola e che è impostata sulle caratteristiche del territorio e del contesto sociale e culturale in cui la scuola è collocata”. Laddove non si possa portare i bambini fuori dalla scuola a contatto con la natura, con la loro natura, bisogna aprire le porte della scuola alla natura e alle altre risorse del territorio.

Contrariamente a tutto ciò, in alcune scuole si continua a usare l’espressione “remigini” (che erano gli alunni che rientravano a scuola il primo ottobre), per il saggio o la recita di fine anno scolastico (o fine progetto o fine corso di musica, danza o altro) si usano copioni triti e ritriti, durante l’anno scolastico si ripropongono le attività del ciclo precedente... E questa è trasmissione e produzione di cultura? E i diritti dei bambini all’arte e alla cultura? E la loro partecipazione?

La scuola è quella suola da mettere sotto le scarpe di ciascuno e di tutti per farli andare avanti lungo la loro strada in autonomia e libertà, soprattutto di pensiero.

Nella “Lettera a una professoressa” di don Milani si legge: “La scuola sarà sempre meglio della merda”. Si faccia in modo che i ragazzi continuino a pensare e ad affermare ciò a fronte dello “schifo” della droga e di ogni altra simile opzione proposta o offerta dal mondo che gira loro intorno.